| Riportiamo di seguito un interessante articolo apparso sul numero di dicembre 2019 della Rivista “La biblioteca di Via Senato”, a firma del Prof. Piero Innocenti: |
Nel 2015, 2016, 2018 una coraggiosa iniziativa della Vecchiarelli Editore (Manziana, Roma) ha dato corpo alla stampa dei primi tre volumi (su quattro) della più recente bibliografia delle edizioni di Niccolò Machiavelli, firmata da Marielisa Rossi e da chi scrive. Con ciò la copertura cronologica ha raggiunto il 1827, e il numero di edizioni rintracciate, esaminate e registrate ammonta a 1886. L’approssimarsi della fine del 2019 (che il 3 maggio scorso ha segnato i 550 anni dalla nascita del Segretario) avrebbe dovuto vedere l’uscita anche dell’ultimo volume, non fosse che per un semestre una malaugurata circostanza di salute mi ha impedito di partecipare al lavoro collegiale, ritardandolo in modo significativo. Vorrei, in questa sede, rapidamente anticipare alcuni tratti specifici che caratterizzano la fisionomia dell’ultimo segmento cronologico mancante per completare l’opera, che si spinge fino al 1914. Ricordo che si tratta dell’esito di un progetto di ricerca da noi presentato (fine 2011) alla Herzog-August-Bibliothek di Wolfenbüttel per accedere a un finanziamento della DFG – Deutsche Forschungsgemeinschaft; e sostenuto, fra il 2012 e il 2014 in due riprese, anche dalla Fritz Thyssen Stiftung, Köln, Forschungs-Zentrum Erfurt-Gotha. L’interessamento immediato e generoso di queste due grandi istituzioni testimonia, penso, la permanente vitalità europea dell’operato e della riflessione machiavelliani. Gli antecedenti più vicini di lavoro bibliogra- fico su Machiavelli sono ambedue del secolo XX. Il primo è il magnifico lavoro di Adolf Gerber (1912-1913), cui si deve di avere impostato lo studio della fortuna editoriale del Segretario su basi scientifiche. Il raffinato e sintetico profilo dell’autore che traccia Luigi Firpo in margine alla ristampa anastatica del 1962 ne indica con precisione sia la forza innovativa sia i limiti concettuali. Gerber si manifestò interessato sopratutto ai manoscritti machiavelliani, esaminati a tappeto per quanto gli fu consentito dalle conoscenze dell’epoca e dall’accessibilità delle biblioteche di allora; della stampa, dedicò attenzione solo ai primi due secoli e solo a ciò che era d’interesse testuale. Così facendo dava una interpretazione estensiva del concetto di ‘bibliografia’: concependola come tecnica atta a registrare e trattare qualunque forma scritta, includeva sì i libri tanto manoscritti quanto stampati, ma di fatto faceva decrescere l’interesse per questi ultimi in proporzione al loro allontanarsi dalla utilità filologica, intesa in senso strettissimo quale costituzione del testo. La separazione dei due ambiti, tradizione manoscritta e a stampa di Machiavelli, la seconda autonomizzata dalla prima in quanto pertinente a produzione e diffusione, si deve all’altro prodotto novecentesco di bibliografia machiavelliana, promosso da Sergio Bertelli, lavoro cui ebbi la ventura di partecipare come ‘ragazzo di bottega’, per così dire, a partire dal 1971, e che andò in stampa per i tipi di Martino Mardersteig, nel 1979. Nato nel 1928, laureato a Roma con Chabod, Bertelli nel 1960-1961, fresco libero docente, si era interessato di Muratori e di Giannone, e in precedenza, per dirla con Pietro Aretino, di «modernaglie»: era stato segretario dell’Istituto Gramsci, su indicazione di Delio Cantimori, allontanandosene dopo l’invasione sovietica del- l’Ungheria. In quel torno di tempo erano uscite due sue collaborazioni alle Opere di Machiavelli pubblicate da Feltrinelli, nel cui piano editoriale aveva curato il volume su Principe e Discorsi e quel- lo su l’Arte della guerra; negli anni immediatamente successivi avrebbe portato a termine nello stesso quadro quelli relativi a Legazioni e commissarie. Inoltre, e forse soprattutto, nel 1961 aveva dato notizia clamorosa di evidenti tracce della mano di Machiavelli in un codice di Lucrezio della Biblioteca apostolica Vaticana, aprendo un long term debate, sul quale uscirà nel quarto volume di cui si parla una splendida ricostruzione per cura di Alessio Panichi, della Johns Hopkins University. Col 1969, erano previste le celebrazioni del quinto centenario della nascita del Segretario; in vista della scadenza, Bertelli aveva accettato la proposta dell’editore Giovanni Salerno, di Milano, di curarne gli opera omnia, in edizione lussuosa per formato e caratteristiche merceologiche. In realtà, incominciata effettivamente nel 1969 coi volumi I, III, IV, V, Salerno la sorresse solo per altri due anni: il VI e il IX volume uscirono nel 1970, il VII nel 1971. I quattro volumi mancanti sarebbero apparsi solo al termine del decennio successivo: il II e il X (dedicato appunto alla bibliografia) nel 1979, l’VIII nel 1980, l’XI nel 1982; tutti col marchio Valdonega.
È al 1969 che risale la mia conoscenza personale con Bertelli; teatro del primo incontro, come anche di successive sempre più frequenti conversazioni, la sala dei manoscritti della Biblioteca nazionale di Firenze, dove io, incaricato dal direttore Casamassima, ero addetto alla preparazione di una mostra iconografica per il centenario, mentre Sergio era in pieno fervore di redazione e di correzione intorno alle bozze degli opera omnia, cresciute a dismisura, nonché alla progettazione del volume bibliografico, all’epoca in stato nascente. Io gli chiedevo, con cautela rispettosa (la sua fama lo precedeva, quantunque sapesse essere elegante- mente informale), lumi sul Machiavelli su cui stava lavorando; lui faceva continue domande su descrizione e indicizzazione dei libri, ricerche a catalogo, repertoriazione bibliografica e cataloghi collettivi e così via. E mi spiegava come vedeva l’impianto della bibliografia e perché aveva bisogno di tante informazioni, e raccontava di Chabod, di Cantimori, ambedue morti prematura- mente e da non moltissimo, e delle integrazioni necessarie fra studio in archivio, sui documenti e studio in biblioteca, sulla storiografia. Dava per scontato (non lo era) che conoscessi Villari, ma fu lui a impormi per primo le pagine di Tommasini. La mostra che curavo, che partì da San Ca- sciano durante il convegno dell’autunno 1969 per un giro poi fra i nostri Istituti di cultura all’estero, prevedeva un catalogo; l’itinerario storiografico aveva come primo cippo miliare la visione di Macaulay dell’Italia cinquecentesca. Nelle conversazioni di quell’autunno e nella mia richiesta di aiuto per quella mostra nasce l’invito che un paio d’anni dopo Bertelli mi volle fare perché collaborassi con lui alla bibliografia. Da lì in poi, gran tempo passammo assieme, per lo più nel suo studio di Bellosguardo, ma anche nelle principali biblioteche di Francia e del Regno Unito (occasione per me di conversare con Jean Bollack a Parigi, di conoscere de la Mare e Hunt a Oxford; Dionisotti a Londra, dove ebbi modo di rinnovare anche la conoscenza con Rubinstein), fino alle bozze e alla stampa.
Il volume di cui stiamo parlando, come dicevo all’inizio, avrebbe dovuto uscire quest’anno, quarant’anni da allora, e cento dopo Gerber: un lunghissimo secolo breve, si potrebbe dire, per approfittare della comodità di un titolo famoso. In diverse occasioni ci siamo soffermati su quali movimenti (bradisismi o terremoti?) nel territorio machiavelliano abbiano favorito la genesi di ben tre strumenti bibliografici massicci dedicati all’argomento, ciascuno dei quali caratterizzato da un esplicito sforzo di ridefinizione del modello, che lo ha progressivamente affinato, rendendolo capa- ce di recuperare prima di tutto una quantità superiore di materiale. L’edizione del 1979 si basava su

Frontespizio all’interno del piatto anteriore di un esemplare in collezione privata di Thomas Babington Macaulay, Essays, Critical and Miscellaneous, Paris, Baudry’s European Library, 1843. Colophon, p. ii: «Printed By T. K. & P. G. Collins, Phila.» [i] ii-iv, [1] 2-572 p. Il saggio Machiavelli sta alle p. 19-35. Innocenti-Rossi, vol. 4., capitolo 13, n. 10. Cm 23 x 14,5, legatura in un ottavo di pelle e carta; punte in pelle; sguardie in carta marmorizzata. L’ex libris misura mm 159 x 83, in Jugendstil, è da attribuire al figlio di Franz Armand Buhl (1837-1896), di nome Franz (1867-1921). Sul frontespizio timbro ellittico (mm 17x 35) in bleu: «F. P. Buhl Deidesheim (Pfalz)», da attribuirsi al fondatore della ditta vinicola di famiglia, Franz Peter Buhl (1809-1862). Proveniente da Eckard Düwal Buch – und Kunstantiquariat, Berlin (Agosto 2019). Ne sono noti due esemplari in Italia (Sbn UBO\3281627, con un grave errore nella indicazione di responsabilità editoriale) e tre a: Freiburg, Universitätsbibliothek; Leuven, Katholieke Universiteit; Paris, Bibliothèque interuniversitaire de santé – Pôle pharmacie, biologie et cosmétologie
1.080 edizioni, i cui esemplari furono individuati in ottocento biblioteche circa: sopravanzava così la copertura più breve e la conseguentemente ma- gra estensione della ricerca a stampa di Gerber (che comunque individuò definitivamente lo stemma di relazioni fra le differenti tirature del- l’edizione della Testina, che vide la luce nel 1616 e fu ripresa successivamente); i primi tre volumi del lavoro Innocenti-Rossi ne registrano come ho ri- cordato sopra 1886, che diventano più di 2900 con la conclusione dell’opera. E hanno risposto all’appello di richiesta di informazione ed eventuale collaborazione più di 2681 biblioteche, da tutto il mondo. In pratica, questo vuol dire che nei meno di novant’anni compresi fra il 1828 e il 1914, ab- bracciati dal quarto volume, si è individuato un numero di edizioni superiore a quello considerato dall’intera, precedente sistemazione bibliografica includente quattro secoli. Abbiamo, insomma, potuto toccare con mano quanto sia valido anche per Machiavelli il bel titolo premonitore di Mari- no Parenti, Ottocento, questo sconosciuto. L’abbondanza di materiale da trattare ha imposto di adottare per la presentazione dei dati un criterio di ordinamento, cronologico/tipologico. I capitoli sono I. Crestomazie (cioè: presenza in antologie di scrittori plurimi). II. Lettere, III. Teatro. IV. Istorie fiorentine. V. Discorsi sulla prima Deca di Tito Livio. VI. Opere complete, complessive, antologie. VII. Rime. VIII. Principe. IX. Belfagor (e La Fontaine). X. Arte della guerra. XI. La mente di un uomo di stato e piccoli scritti. XII. La vita di Castruccio Castracani, messe in successione sulla base della data del- la prima edizione di ciascun capitolo. Lo scopo è quello di individuare e usare come elemento discreto la precocità dell’interesse editoriale. All’in- terno dei capitoli si è cercato di raggruppare le edizioni, seguendone la storia, se possibile, fino a esaurimento della vitalità editoriale.
L’ultimo capitolo, il decimoterzo, Storiografia, è inserito in violazione della definizione dot- trinaria secondo la quale la bibliografia ‘soggetti- va’ di un autore reca notizia delle edizioni ‘di lui’, mentre quella ‘oggettiva’ è dedicata alle opere ‘su di lui’. I motivi sono in primo luogo il fatto che numerose delle grandi opere storiografiche dell’Ottocento contengono squarci di testi machiavelliani, talvolta abbastanza vasti o addirittura inediti, tali da giustificare il loro recupero; la seconda, che in quel secolo si costituisce una base interpretativa enorme, per grandi porzioni ancora vitale. Chi non vede il filo che lega Macaulay, per esempio, a sir Isaiah Berlin? Considerando che il maggior numero di unità registrate in questo capitolo si riferisce proprio a Macaulay, questo è anche un omaggio involontario alle lontane conversazioni del 1969 e volontario alla memoria di Sergio Bertelli.

